Feed on
Posts

La farina di segale, come abbiamo visto più volte, è particolarmente difficile da panificare in quanto il glutine che genera è insufficiente a creare un impasto tale da poterlo lavorare agevolmente.
Il problema è tuttavia arginabile servendosi di alcuni stratagemmi che ne migliorano la lavorabilità ma, ciò nonostante, in questa preparazione ho provato un sistema del tutto nuovo preparando un impasto semiliquido (simile al pane 100% grano saraceno e 100% avena), stendendolo con le mani bagnate (più volte) e rifinendolo con una spatola (bagnata anch’essa).
Lo spessore dell’impasto è volutamente non eccessivo per due motivi: per permettere all’acqua di trasudare agevolmente e per rendere la pizza molto ben cotta all’interno.

Il risultato finale è una pizza ben sviluppata, croccante sul fondo, ai bordi e leggermente più morbida all’interno. Ottima nel gusto e assolutamente digeribile.
Il tempo di lievitazione è stato 13 ore (12 nella ciotola e 1 ora sulla teglia),

Ingredienti.
300g di farina di segale integrale BIO, 370ml di acqua calda (42°C), 6g di sale marino integrale, 10ml di olio di oliva extravergine, 1 cucchiaino molto scarso di lievito di birra secco, 1 cucchiaio di pasta acida essiccata di segale.

Tempo di cottura. 5 min. a 250°C e 25-30 min . a 190°C.

Continua a leggere »

La margarina

Viene spesso utilizzata in sostituzione al burro perchè costa meno, presenta caratteristiche tecnologiche molto simili oppure perchè si desidera un alternativa allo stesso (per chi è ad esempio è vegano oppure intollerante ai latticini), è inoltre indicata alle persone che desiderano arginare il problema colesterolo, in quanto i grassi vegetali ne sono privi.
Questo alimento non è però scandente in modo assoluto (come molti pensano), purchè venga scelto alla luce di determinati parametri di giudizio (che vedremo) e che venga utilizzata con parsimonia.

La composizione media
La margarina è costituita solitamente da una miscela di grassi insaturi, saturi (80-84% complessivamente)*, acqua (16-20% circa) ed emulsionanti.
I grassi possono derivare da una sola tipologia di seme (margarine monoseme), oppure da semi diversi (margarine poliseme) con destinazioni differenti: le monoseme vanno prevalentemente ad uso casalingo, le poliseme invece prevalentemente ad uso professionale (pur essendoci benissimo margarine con destinazione d’uso inversa).

Margarina con olio di oliva extravergine.

Il punto di vista nutrizionale
Le margarine con un ridotto contenuto di grassi saturi, non idrogenate e biologiche, hanno un profilo nutrizionale non eccelso ma comunque assolutamente migliore di quello delle margarine costituite esclusivamente da grassi saturi o peggio ancora idrogenate (vedremo in seguito cosa vuol dire).
La margarina di qualità si riconosce dal fatto che non contiene grassi idrogenati, ha prevalenza di olio insaturo (oliva, girasole, arachidi…), una ridotta quantità di grassi tropicali (palma, cocco…) e non contiene olio di colza o additivi di varia natura come coloranti, aromi e così via.
Tra gli emulsionanti più diffusi c’è la lecitina di soia (indicativamente allo 0,5%) la quale ha la funzione di legare le due fasi (acqua e grasso) ed evitare che lo “schizzo” in frittura (antispattering): l’eventuale assenza di lecitina provocherebbe l’unione delle goccioline d’acqua e lo schizzo dell’olio.
Per assicurarsi che il contenuto di grassi tropicali sia minore rispetto al quantitativo totale di grassi è sufficiente verificare la disposizione degli ingredienti sull’etichetta: se ai primi posti c’è un olio vegetale come girasole, oliva o altri (eccetto colza) e, solo a seguire, quelli tropicali, stiamo empiricamente scegliendo bene (nel caso ci siano però due grassi tropicali differenti è la somma degli stessi a determinare il quantitativo di grassi saturi complessivo ma, purtroppo, in questo casi è difficile sapere quale sia la concentrazione esatta).

I grassi idrogenati
Al polo opposto dei grassi nobili insaturi troviamo, oltre a quelli saturi, quelli idrogenati, ovvero quei grassi insaturi sottoposti ad alta temperatura e insufflati di idrogeno, in presenza di un catalizzatore (di solito nichel, ma è possibile usare anche platino, palladio, rodio…) e resi solidi. L’idrogenazione è un processo industriale che trasforma gli acidi grassi insaturi in trans (una tipologia di grassi praticamente inesistente in natura se non in quantità ridottissima nel grasso del latte dei ruminanti), che inficiano negativamente sull’ apparato cardiovascolare, aumentando il rischio di infarti e ictus. Inoltre, la presenza di acidi grassi trans, diminuisce il colesterolo “buono” HDL e aumenta quello “cattivo” LDL. I grassi idrogenati si possono trovare anche sottoforma di shortenings, ovvero grassi solidi idrogenati anidri (privi di acqua se non al 2%)
Per appurare il livello di nocività legato ai grassi idrogenati basta sapere che, ad esempio, gli allevatori di suini non usano grassi idrogenati perché sono dannosi per l’animale, nonostante siano i meno costosi tra i grassi disponibili.
Negli Stati Uniti invece, dal primo gennaio 2006, alla luce della nocività di questi grassi, è stato reso obbligatorio indicare sulle etichette nutrizionali la presenza di grassi trans. In  modo tale da disincentivare il consumo di alimenti con quel tipo di grassi (in questo modo il governo conta di risparmiare 1,8 miliardi di dollari in costi medici e perdita di produttività).
Anche i Svizzera di recente è stata approvata una legge (2008) per limitare i prodotti contenenti grassi idrogenati, cosa che in Danimarca invece è già attiva dal 2003.

Fortunatamente però, oggi giorno le margarine con grassi idrogenati sono sempre meno, mentre nei prodotti biologici non sono mai state utilizzate (e non lo sono tutt’ora) perchè il disciplinare non lo consente (fortunatamente).

Altri metodi di preparazione della margarina
Tra la semplice preparazione di un emulsione di acqua / grassi e l’idrogenazione esistono ancora altre vie per produrre la margarina: una è il frazionamento e l’altra e l’interesterificazione.

Il frazionamento
Questo metodo consiste nella separazione fisica delle varie “componenti grasse” dell’olio, le cosiddette frazioni, caratterizzate da una differente “compattezza” (dovuta alla lunghezza della catena degli acidi grassi, al tipo di legame e alla posizione dello stesso nella catena).
Tanto per citarne una: l’olio di palma raffinato si può dividere nelle sue varie componenti, costituite principalmente da acidi grassi saturi (stearina), solidi a temperatura ambiente (punto di fusione attorno ai 45-50 °C), e una frazione, costituita per la maggior parte da acidi grassi monoinsaturi, liquida con un punto di fusione attorno ai 10 °C.
Una volta frazionati i grassi, si aggiunge l’acqua (sterile) e gli emulsionanti.

Interesterificazione
Con questo processo invece, si riposizionare gli acidi grassi sulla glicerina, senza modificarne la natura, ottenendo così grassi con caratteristiche chimico-fisiche desiderate. In genere si utilizza come “materia prima” l’olio di soia (vista la sua fluidità) e un grasso saturo (di solito quello di palma).

Olio di cocco

Come distinguere la margarina
Le margherine sono diverse i funzione dell’utilizzo finale e si distinguono in margherine per.

  • Sfoglie. Garantiscono un’elevata capacità di stiratura, una stratificazione omogenea ed evitano la rottura dello strato di grasso, rispetto a quello di pasta.
  • Pasticceria fine. Sono stabili a lungo, hanno un’elevata capacità emulsione e inglobano molta aria.
  • Pasta frolla e pasta brisè. Sono spesso addizionate di caseina al fine di acquisire una consistenza al palato simile al burro.
  • Per Creme. Assorbono e stabilizzano una quantità molto elevata di bollicine d’aria.

Le ditte solitamente fanno una distinzione in base al colore della confezione, ad esempio:

  • Rosso. Per paste sfogliate normali e lievitate. Lavorazioni in ambiente caldo.
  • Blu. Per paste sfogliate normali e lievitate. Lavorazioni con sfogliatrice.
  • Marrone. Per paste sfogliate normali e lievitate. Lavorazioni in ambiente freddo.
  • Verde. Pasta frolla e brisée.
  • Giallo. Crema al burro, guarnizioni.

Ogni margarina ha poi caratteristiche tecnologiche sue che si identificano in questo modo:

  • S.f.i. (solid fat index). Consistenza della margarina determinata dalla quantità di grassi solidi. Si misura con tre procedimenti diversi: dilatometria (misura delle dilatazioni), calorimetria (misura del calore dei corpi), risonanza magnetica nucleare (capacità di assorbire energia da parte dell’atomo).
  • Potere fondente. Intervallo di tempo in cui vi è la fusione totale del grassi presenti, più l’intervallo è breve più la margarina dona una piacevole sensazione di freschezza in bocca.
  • Plasticità. Cioè la resistenza meccanica alle sollecitazioni a cui viene sottoposta la margarina, che tuttavia dipendono dalla temperatura di lavorazione.
  • Creaming. La capacità di inglobare aria quando viene sbattuta con zucchero. Si valuta con il test di creaming che misura, a temperature ben definite, il volume di gas trattenuti e la densità della miscela margarina / zucchero.

La margarina, per legge, deve avere un acidità libera massima del 1%, un umidità superiore al 2%, dev’essere priva di grassi del latte, grassi del suino o  contaminata con catalizzatori (nichel o altri).

Continua a leggere »

I batteri dello Yogurt

Abbiamo visto nel precedente post alcune delle tipologie di yogurt esistenti al mondo, tipologie che spesso non si differenziano solo per il tipo di latte impiegato ma in particolar modo per la natura dei batteri contenuti all’interno. In questo post analizzeremo i più comuni.

  • Acetobacter orientalis. Si tratta di un batterio nativo dell’Indonesia. Esso abbassa il PH del latte e produce gas durante la fermentazione. Fu identificato per la prima volta in Giappone ed è noto per essere il batterio presente nel yogurt Matsoni.
  • Bifidobacterium infanti. Metabolizza il lattosio producendo acido lattico, abbassa il PH del latte e permette la coagulazione delle proteine. Si tratta del primo batterio che si presenta nel tratto intestinale dei neonati.
  • Bifidobacterium longum. Metabolizza il lattosio producendo acido lattico, abbassa il PH del latte e permette la coagulazione delle proteine. Costituisce circa il 90% dei batteri nell’intestino dei neonati e li aiuta nella digestione del latte materno. Successivamente decresce  fino al 5% nell’adulto. Il Bifidobacterium longum è in grado di utilizzare le fibre solubili come l’inulina.
  • Lactobacillus acidophilus. Metabolizza il lattosio producendo acido lattico (l’unica sostanza che produce). Questo batterio è presente naturalmente nel sistema digestivo e in altre parti del corpo.
  • Lactobacillus delbrueckii subsp. Bulgaricus. Metabolizza il lattosio producendo acido lattico, abbassa il PH del latte e permette la coagulazione delle proteine. Non metabolizza altri zuccheri al di fuori del lattosio.
  • Lactococcus lactis subsp. Cremoris. Ha una abile capacità di conferire sapore ai cibi dove fermenta. Metabolizza il lattosio producendo acido lattico, abbassa il PH del latte e permette la coagulazione delle proteine. Produce inoltre il caratteristico aspetto gelatinoso dello yogurt Viili.
  • Lactococcus lactis. Metabolizza il lattosio producendo acido lattico, abbassa il PH del latte e permette la coagulazione delle proteine. Viene usato non solo per il latte ma anche per fermentare la verdura, i cereali e in particolar modo i “latti” alternativi.
  • Lactococcus subsp. Lactis biovar. Diacetylactis. Metabolizza il lattosio producendo acido lattico, abbassa il PH del latte e permette la coagulazione delle proteine. Ha la tendenza a prevalere su altri lactococchi. Produce il caratteristico sapore di burro e altri aromi caratteristici.
  • Leuconostoc mesenteroides. Si tratta di un batterio mesofilo conosciuto per la capacità di conferire sapore acido e una consistenza gelatinosa allo yogurt. Si trova facilmente su piante coltivate e viene spesso usato per fermentare la verdura. Questo batterio ha la capacità di accelerare il processo di acidificazione del latte e crea facilmente un ambiente privo di ossigeno (anarerobico) che inibisce i batteri patogeni.
  • Leuconostoc mesenteroides subsp. Cremoris. Si tratta di un batterio mesofilo, spesso utilizzato per conferire maggior sapore allo yogurt.
  • S.lactis var. bollandicus. Con il S.taette è usato per fare il Piimä. Produce un sapore particolarmente acido.
  • Streptococcus thermophilus. Metabolizza il lattosio producendo acido lattico, abbassa il PH del latte e permette la coagulazione delle proteine. Questo batterio deve essere presente nello yogurt per essere definito tale dalla legge.
  • S.taette. Con S.lactis var.bollandicus è usato per la preparazione dello yogurt Piimä. Conferisce un sapore acido e una trama viscosa allo yogurt.

Una curiosità…. lo sapevi che lo yogurt commerciale contiene una tipologia di batteri (Lactobacillus bulgaricus e Streptococcus termophilus) che non resistono ai succhi gastrici e di conseguenza non raggiungono la nostra flora batterica ? Gli unici yogurt che contengono batteri resistenti sono quelli in cui viene chiaramente indicato “con batteri probiotici“.

Vi ricordo che potete acquistare ogni sorta di starter per yogurt su tibiona

Tipologie di Yogurt

Abbiamo visto in un precedente post la preparazione dello yogurt utilizzando come “terreno di cultura” il latte di soia: una validissima alternativa al latte animale. Come abbiamo visto utilizzare il latte di soia, contrariamente a quello che si pensa, si ottiene un ottimo yogurt e, allo stesso tempo, il procedimento non è per nulla complesso e identico a quello tradizionale. Il latte di soia non è tuttavia l’unica alternativa al latte di mucca, lo yogurt si può preparare anche con latte di capra, di pecora, di asina, di giumenta e così via. Nella tabella sottostante potremo notare alcune delle tipologie di yogurt più diffuse al mondo: con tanto di caratteristiche organolettiche, origine ecc.

I batteri dello yogurt

Prima però è necessario conoscere una caratteristica molto importante dei batteri che operano nello yogurt, ovvero la temperatura di “operatività” ideale. Dei batteri più diffusi nella preparazione dello yogurt, troviamo sostanzialmente due famiglie, i mesofili e i termofili.
I batteri termofili esplicano la loro attività, nel caso dello yogurt, tra i 40,5°C e i 45°C con un optium di 43°C. (con temperature superiori a 45° iniziano a danneggiarsi o a conferire caratteristiche non gradevoli allo yogurt, mentre oltre i 48°C muoiono). I batteri termofili sono quelli più largamente utilizzati nell’autoproduzione di yogurt casalingo e commerciale ma ciò nonostante, troviamo anche batteri che esplicano la loro attività a temperature diverse, è il caso dei batteri mesofili. Quest’ultimi, sempre nel caso dello yogurt, lavorano tra i 21°C e i 26,6°C con un optium di 23,9°C (con temperature inferiori ai 20°C cessano la loro attività, mentre oltre i 29,40°C si disattivano).

Continua a leggere »

Con piacere vi segnalo questa scuola, appena nata, dove è possibile svolgere corsi di cucina, pasticceria e panificazione. I docenti sono i più grandi guru italiani del settore: Luca Montersino, Francesca Maggio e molti altri ancora.

Visita il sito qui: http://www.icookweb.com/

Pane Injera

L’Injera è una preparazione da forno tipica dell’Etiopia, anche se si presente come una crepes, in realtà viene considerato un pane. Si prepara con farina del teff un seme molto simile al miglio ma molto più piccolo (potete approfondire qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Eragrostis_tef)
Alcune ricette prevedono anche la farina di quest’ultimo, ma l’Injera originale è costituito unicamente da farina di teff.

Non si ottiene una farina soltanto da questo seme, ma bensì due: una più chiara e una più scura (con un sapore più deciso).

N. La farina di teff la trovare su www.tibiona.it dalla prossima settimana

Continua a leggere »

Corso di panificazione con Aldo Bongiovanni.

  • Data. 15.09.2012
  • Ora. Dalle 9,30 alle 13,00
  • Luogo. Sant’albano Stura presso Giratempo Pub (Cn)
  • Contenuto del corso. Lievito madre (come prepararlo), pane con biga, focaccia con poolish, pane senza impasto.
  • Materiale omaggio. Lievito madre in polvere 250g, farina tipo 2 1Kg, brochure con sintesi del corso, buffet finale
  • Prenotazioni. Telefonare al numero. 0172 67568

Scarica l’opuscolo del corso qui.

Corso di autoproduzione con Aldo Bongiovanni.

  • Data. 13.10.2012
  • Ora. Dalle 9,30 alle 13,00
  • Luogo. Sant’albano Stura presso Giratempo Pub (Cn)
  • Contenuto del corso. Tofu, seitan, tempeh, yogurt, latte di soia, germogli
  • Materiale omaggio. Soia 500g, glutine 500g, starter per tempeh, starter per yogurt, brochure con sintesi del corso, buffet finale
  • Prenotazioni. Telefonare al numero. 0172 67568

Scarica l’opuscolo del corso qui

Fonte immagini. http://www.trovaweb.net/pianeta-pane-di-giuseppe-giacoppo , http://www.filippo-ongaro.it

Per la preparazione di tutti i dolci a temperatura negativa (gelati, sorbetti, semifreddi, ghiaccioli…) oltre al bilanciamento degli ingredienti, specialmente degli zuccheri, c’è un altro fattore molto importante da tenere in considerazione: il potere anticongelante degli zuccheri. Impiegare saccarosio, miele o fruttosio non è la stessa cosa. Ad esempio, se consideriamo lo zucchero 100, il fruttosio è 200, ovvero circa la metà dello stesso svolge la medesima funzione (potere anticongelante). Questo però non basta… c’è inoltre da considerare che non tutti gli zuccheri dolcificano nella stessa misura (potere edulcorante) alcuni di più, altri di meno. Se prendiamo il fruttosio è più dolce dello zucchero del 40%.

Ecco una tabella riepilogativa

Prodotto Acqua Residuo secco Potere edulcorante Potere anticongelante
Acqua 0 0 0 0
Saccarosio 0 100 1 1.0
Fruttosio 0 100 1.4 2.0
Lattosio 0 100 0.16 1.0
Destrosio idrato 8 92 0.75 1.8
Destrosio anidro 0 0 0.76 1.71
Sciroppo di glucosio 60 D.E 20 80 0.45 1.08
Glucosio in polvere 40 D.E 4 96 0.3 0.72
Glucosio in polvere 30 D.E 3 97 0.225 0.54
Glucosio in polvere 20 D.E 2 98 0.15 0.36
Maltodestrine 1 99 0.13 0.33
Zucchero invertito 28 72 1.25 1.88
Miele 20 80 1.3 2.0
Lattosio 0 100 0.16 1
Amido 0 100 0 0
Alcool 0 100 0 2.5
Inulina 0 100 0 0.25
Cloruro di sodio 0 100 0 7

Tutti gli ingredienti (eccetto alcuni) li trovate ovviamente su tibiona.it

In quest’ultimo periodo si è diffusa moltissimo questa specialità giapponese non tanto per moda ma per le sue caratteristiche nutrizionali davvero uniche. Ovvero ?
Non ha calorie, non contiene carboidrati e non contiene glutine ma solo acqua e farina di Konjac, una polvere costituita unicamente da fibre solubili e ottenuta dalla macinazione di un tubero, il Glucomannano (Amorphophallus Konjac), .
Quali sono i vantaggi rispetto ad una pasta tradizionale ? semplice… hanno un elevato potere saziante ma di fatto non apportano calorie. Cosa c’è di meglio quando si è a dieta ?
Parlando di autoproduzione, si aggiunge un altro vantaggio a quelli precedenti, il costo: con 25g di farina di Konjac si ottengono 400g di prodotto finito, ovvero con meno di 2,25€ ! (se si compra la confezione da 100g) oppure nemmeno 1,80€ se si compra quella da 1Kg !!

Vediamo come si preparano….

Ingredienti per 400g di prodotto finito.

Continua a leggere »

Semifreddo al caffè vegan

Ho svolto negli ultimi mesi due corsi professionali per la preparazione di gelati e semifreddi, dai quali ho acquisito alcune informazioni utili che ho piacere di  condividere con voi in questo post.
Sono però consapevole che, in questo breve periodo di formazione, non acquisito la destrezza di un pasticcere / gelatiere professionista, ma credo tuttavia di avere acquisito ottime conoscenze teoriche che possono essere utili a coloro che amano preparare questi dolci deliziosi. Allo stesso tempo mi rendo ulteriormente conto che è molto difficile ottenere semifreddi vegan escludendo uova, zucchero e panna perchè di fatto sono gli ingredienti principe del semifreddo tradizionale. Ma ciò nonostante, il risultato finale, ha superato le miei aspettative iniziali.

Il semifreddo: vediamo cos’è

Si tratta di una specialità tipicamente italiana affine ai gelati, dai quali si differenzia per la presenza di panna montata (che rende il composto meno freddo anche se conservato a temperature sotto zero), di zuccheri in percentuale maggiore (di solito nel gelato si attesta un 20%, nel semifreddo il 27%) e di acqua in misura inferiore.
La stabilità del dolce non è dovuta a gelatine animali, alghe (agar agar) o farine /amidi (anche se in alcune tipologie svolgono marginalmente questa funzione) ma bensì unicamente al freddo. Anche se c’è chi preferisce ugualmente aggiungerli per aumentare la resistenza agli shock termici (ad esempio è molto comune aggiungerli ai semifreddi che vengono presentati alle gare di pasticceria per renderli stabili durante la presentazione / esposizione).
La preparazione di un semifreddo tradizionale non è molto complessa, basta semplicemente prestare attenzione al bilanciamento degli ingredienti e al rispetto di alcune regole che vedremo.

Non esiste tuttavia un metodo di preparazione unico, ma almeno 3 (semifreddo con meringa italiana, semifreddo con pâte à bombe detto parfait e biscotto ghiacciato detto bisquit glacè), raggruppati in due principali categorie:

  • I semifreddi cremosi

Sono ottenuti con piccole quantità di creme o zabaioni e contengono solitamente farine / amidi. La presenza di quest’ultimi fa sì che i dolci abbiano una buona compattezza e una particolare resistenza alle variazioni di temperatura (quindi sopportano meglio il trasporto se non si rispetta perfettamente la catena del freddo). Allo stesso tempo la presenza di farine li rende più pesanti e con un sapore meno accentuato.

  • I semifreddi spumosi

Si tratta di quelli preparati in assenza di farine e amidi, sono più voluminosi, più areati ma hanno una minor tolleranza alle variazioni di temperatura:  sono i semifreddi che attualmente si vendono maggiormente.

La composizione media di un semifreddo all’italiana

Il segreto per la preparazione di un semifreddo eccellente, in particolar modo quando si vogliono rivisitare delle ricette, è conoscere la composizione originale e cercare di rispettarla con i nuovi ingredienti. Vediamo in ogni caso qual’è la composizione media.

  • Grassi. Di solito coprono una percentuale del 15%-24% e sono quelli della panna, del tuorlo d’uovo e di eventuali paste di frutta secca aggiunte (nocciola, pistacchio…)
  • Zuccheri. Impiegati con la meringa, rappresentano indicativamente il 24-27% del peso. L’impiego della meringa permette agli stessi di essere perfettamente sciolti.
  • Sostanza secca. Circa il 25%.
  • Liquidi. Circa il 25%.
  • Aria. Circa il 50%.

Valutare la qualità del semifreddo

La consistenza ottimale di un semifreddo non deve essere troppo dura al consumo: è sempre opportuno lasciare ammorbidire i semifreddi prima di servirli, per gustare appieno i sapori e non avvertire la fastidiosa sensazione lasciata dal grasso della panna quando è solidificato. Allo stesso tempo il gusto del dolce migliora con un leggero inalzamento della temperatura perchè il freddo inibisce in parte le papille gustative.
Allo stesso tempo si può migliorare la percezione del dolce aumentando gli strati, affinchè l’esposizione si maggiore e si percepisca meglio il sapore.
Come abbiamo detto, se consumare il semifreddo appena tolto da congelatore non è buona cosa, non lo è nemmeno se viene consumato eccessivamente dopo (questo lo renderebbe troppo dolce e difficile da tagliare).
Se la preparazione è stata eseguita correttamente il dolce dovrebbe avere consistenze simili, ovvero non devono presentarsi strati completamente duri e altri che si sfaldano non appena il dolce esce dal congelatore.
La frutta naturale non va mai impiegata tal quale, salvo che non venga parzialmente essiccata o saturata con zuccheri (come ad es. frutta candita o semi-candita), diversamente il freddo la congela e la rende immangiabile.

Le attrezzature
Ci sono alcuni accessori che effettivamente è opportuno avere per ottenere risultati qualitativamente ineccepibili.

  • Acetato. Si tratta di un materiale plastico che si utilizza in due modi: per rivestire i dischi di acciaio e facilitare l’estrazione del dolce dagli stessi (anche per farsì che le superfici esterne siano liscie) o come base per assemblarli.
  • Stampi in acciaio. Sono solitamente fasce o quadrati (ma troviamo anche rettangoli, cuori, gocce ecc. ecc.), in cui si inseriscono i vari strati del dolce. Hanno la sola funzione di tenerli strutturati fin tanto non sono congelati adeguatamente.
  • Planetaria. Servirà per facilitare la montatura degli ingredienti, in particolar modo se si opta per semifreddi tradizionali con uova.
  • Spatole. Sono utili per livellare perfettamente gli ultimi strati del dolce.
    Sottotorta in cartoncino. La sua funzione è quella di poter movimentare e tagliare il dolce senza difficoltà.
    Sottotorta in alluminio.
    La sua funzione è quella di poter movimentare e decorare il dolce senza difficoltà per poi essere trasferito sul sottotorta in cartoncino.

Le difficoltà nella preparazione del semifreddo Vegan

Come abbiamo già detto precedentemente rivisitare una ricetta del semifreddo non impiegando la panna e nemmeno la meringa implica immediatamente un problema di sofficità. Infatti entrambi gli ingredienti hanno una struttura tale da inglobare molta aria e mantenerla nel dolce una volta ultimato. Si potrebbe per lo meno usare la panna vegetale al posto di quella animale ma il problema maggiore è legato al fatto che la panna vegetale, quella che “monta”, è costituita da grassi idrogenati e di conseguenza non è il massimo da un punto di vista nutrizionale. La margarina montata con il malto in realtà aumenta leggermente il volume (aumenta del 20% circa) ma poca cosa rispetto alla panna e alla meringa. Grazie però all’utilizzo dello xantano, la massa prende un volume eccezionale,  ed è molto stabile (in questo caso il latte con lo xantano raddoppia il suo volume iniziale).
[1]Tuttavia è di fondamentale importanza prestare attenzione alla miscelazione delle due masse i quanto sono molto eterogenee tra loro (una costituita da grassi e zuccheri) e l’altra è costituita da acqua e una ridotta quantità di solidi (“magri” della soia, caffè in polvere, xantano): se non si procede delicatamente, la margarina si disperde in piccoli frammenti bianchi e il risultato finale sarà pessimo (sia da un punto di vista visivo, sia da un punto di vista della consistenza).

Ingredienti. 260ml di latte di soia naturale (8% di soia), sciroppo di grano 200ml, 120g di margarina vegetale non idrogenata biologica (70% di grassi), 7g di caffè in polvere solubile, 2g Xhantano.
Copertura al biscotto. 250g di biscotti secchi vegani, 100ml di latte di soia al naturale, 50g di sciroppo di grano.
Glassa lucida al cacao. 80g di sciroppo d’agave, 50g di soya cousine, 40ml di acqua, 30g di cacao amaro in polvere, 1g di agar agar in polvere.
Bordo bianco. Burro di cacao spray q.b

N.b. Se si desidera fare una versione gluten free bisogna usare, anzichè lo sciropo di grano, quello di riso, mais, agave o acerto.

Continua a leggere »

« Newer Posts - Older Posts »

Tutte le informazioni e i suggerimenti indicati su questo blog, sono da ritenersi attendibili unicamente previa consultazione con il proprio medico, o qualunque altra figura qualificata.